Quanto tempo serve per imparare il carteggio?

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È la domanda che si fanno tutti dopo il primo esercizio andato male: quante ore mi servono? La risposta onesta è che il carteggio non richiede tante ore, ne richiede tante ripetizioni distribuite. Sono due cose diverse, e capire la differenza è ciò che separa chi arriva pronto da chi arriva stanco.

Perché non è questione di ore

Il carteggio non è un argomento da capire: è una procedura da automatizzare. Assomiglia più a imparare a guidare che a studiare storia. Nessuno impara a guidare leggendo per otto ore di fila, e nessuno impara il carteggio in un pomeriggio maratona — anche perché dopo il quarto esercizio consecutivo l’attenzione cala e si comincia a sbagliare per stanchezza, il che insegna solo a sbagliare.

Un percorso realistico

Per la maggior parte delle persone, distribuito su due o tre settimane:

  • Sessione 1 (un’ora). Leggere la carta: coordinate, scale, punti cospicui. Nessun esercizio, solo lettura e riporto di posizioni.
  • Sessione 2 (un’ora). Squadrette e compasso: trasportare direzioni e misurare distanze, venti ripetizioni, fino a non doverci più pensare.
  • Sessioni 3-5 (un’ora l’una). Conversioni: polare, vero, bussola; correzione e conversione. Esercizi brevi, solo numeri, senza disegno.
  • Sessioni 6-12 (un’ora l’una). Esercizi completi, due o tre a sessione, coprendo tutti gli schemi.
  • Ultime sessioni. Rifare gli esercizi sbagliati la settimana prima. È qui che si consolida davvero.

Fanno una dozzina di ore in tutto, ma spalmate. Chi le concentra in due giorni ottiene molto meno, a parità di tempo speso.

Come si capisce di essere pronti

Non dal numero di esercizi risolti, ma da tre segnali:

  • leggendo il testo, riconosci lo schema prima di aver finito di leggere;
  • non ti fermi più a chiederti da che parte va la correzione: lo vedi dal disegno;
  • quando un risultato è sbagliato, te ne accorgi da solo prima di guardare la soluzione.

Il terzo è il più importante. All’esame nessuno ti dirà se hai sbagliato: la capacità di intercettare i propri errori è metà del voto.

L’errore di preparazione più comune

Fare sempre gli stessi esercizi. Dopo il quinto punto nave con due rilevamenti si diventa velocissimi in quello e si resta fermi su tutto il resto — e all’esame capita l’intercetto. Meglio due esercizi di tipo diverso che cinque uguali.

Il secondo errore, altrettanto comune: guardare la soluzione al primo dubbio. Il valore dell’esercizio sta proprio nel momento in cui non sai come andare avanti. Se lo salti, hai letto una soluzione, non hai fatto un esercizio.

E il giorno prima dell’esame?

Un esercizio, non dieci. Serve a confermare che la procedura c’è, non a imparare qualcosa di nuovo. Quello che non è entrato in tre settimane non entra la sera prima, e arrivare stanchi alla prova costa più di quanto valga qualsiasi ripasso dell’ultimo minuto.

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